Lunedì, 28. Luglio 2008
| “No alla prima esecuzione capitale della storia Repubblicana italiana. No alla sentenza di morte pronunciata da alcuni giudici italiani contro Eluana Englaro”. | ||
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Fermare la mano di chi si appresta a togliere la vita dando attuazione alla sentenza di un tribunale è un dovere insopprimibile per tutte le coscienze libere di questo Paese. Lo pretende il rispetto delle stesse leggi italiane che non ammettono l’eutanasia, tale essendo ciò che si sta per commettere. Per questo ci rivolgiamo a tutta l’opinione pubblica, ai mondi della cultura e della scienza, del diritto e dell’economia, dell’informazione e del sociale perché spinga il Parlamento ad emanare opportune disposizioni legislative intese ad impedire il ripetersi dell'onnipotenza di certa Magistratura. |
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| Invitiamo a scrivere ai politici della propria circoscrizione attraverso il "sistema portalettere" di FattiSentire.net | ||
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utilizzabile dall'indirizzo http://www.fattisentire.net/modules.php?name=invio_mail2 |
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Mercoledì, 11. Giugno 2008
E' evidente che se non giungerá una smentita dalla diretta interessata se ne dovrá dedurre che quanto riportato dall'ANSA é conforme al vero!
On. Eugenia Maria ROCCELLA
p.c.
Sen. Maurizio SACCONI
CITTA':
NUMERO CARTA D'IDENTITA’
Giovedì, 20. Marzo 2008

Egli “rese partecipi della Sua vita quelli di cui aveva condiviso la morte…… donde lo stupefacente scambio: fece Sua la nostra morte e nostra la Sua vita”
(dai discorsi di Sant’Agostino).
Mercoledì, 05. Marzo 2008

Aborto: «Inchiesta sulla firma contro le cure al feto», Francesco Di Frischia, Corriere della Sera, 10.03.2007 «Daniele Scassellati, responsabile del centro per le interruzioni di gravidanza, ribadisce: “Anche se il feto nasce vivo, è sbagliato tentare di rianimarlo ad ogni costo. Va rispettata la volontà dei genitori: se loro chiedono l’aborto vuole dire che non vogliono portare avanti quella gravidanza. Rispetto le idee antiabortiste, ma io faccio quello che mi chiedono».
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(di A. Morresi)
«Sta a Minneapolis […] uno dei quaranta hospice perinatali ai quali ci si può rivolgere per essere accompagnati e sostenuti quando il figlio che si ha in pancia ha una malattia genetica “incompatibile con la vita”, un figlio che sicuramente morirà prima o poco dopo la nascita. […] Gli hospice sono estranei alla logica pro choice contro pro life, e molti non sono neppure affiliati a movimenti antiabortisti: propongono solamente di sostenere le famiglie in circostanze così drammatiche, di aiutare a vincere l’isolamento che inevitabilmente arriva, quando amici e familiari non sanno più cosa dire per confortare, insegnano come spiegare a fratellini e sorelline che il nuovo arrivato non crescerà con loro, e soprattutto “ci hanno dato la possibilità di capire che questo non è qualcosa al di fuori dell’ordinario, che questa è la vita e che le persone perdono i propri figli”. […] Alaina Kilibardas ha la trisomia 18, e fa parte di quel 10 per cento di bambini con questo tipo di malattia che sopravvive oltre i due mesi. Adesso ne ha venti, e i suoi genitori sanno che difficilmente arriverà all’età prescolare. […] “La sua vita sarà quel che sarà, se vive due settimane questa è la sua vita. È la nostra bambina”, dice il padre».
leggi qua tutto l'articolo
Lunedì, 03. Marzo 2008

Il buon Umberto Veronesi non conosce riposo, non vuole permettere che fondamentalisti, assolutisti, dogmatici di ogni genere, come ama definirli, infettino il mondo con la loro ignorante superstizione. Per questo li combatte, producendo a ritmo continuo libri-interviste, in cui cambiano i partner e gli editori, ma rimangono i concetti fondamentali di sempre: difesa dell’aborto, della fecondazione artificiale, della manipolazione genetica e della clonazione. Se editori diversi continuano a pubblicare, benché tante volte anche le frasi e le espressioni ritornano uguali, un significato e un riscontro di vendite ci deve essere. Per cui vale la pena analizzare il fenomeno.
Ebbene l’ultima fatica di Veronesi si intitola “La libertà della vita”, ed è un dialogo con un altro pontefice del libero pensiero, Giulio Giorello. Due giganti a confronto, sui grandi temi della vita, della scienza, dell’amore. La presenza di Girello garantisce una cosa: l’assenza di quegli errori marchiani, di quelle date sbagliate, di quei riferimenti storici inopportuni che solitamente impreziosiscono gli interventi di Veronesi (tipo l’Impero romano che era “in decadenza” nel VII secolo). Ma veniamo al sodo.
Per iniziare, secondo una strategia propagandistica affinata, occorrono alcune boutade, come l'affermazione secondo cui la Chiesa sarebbe sempre e comunque per il dolore, fino se possibile a contrastare le cure palliative e l’utilizzo di farmaci antidolorifici, o come la storiella dei medievali che in nome di Dio si opponevano all’invenzione degli occhiali per i miopi. Si crea così lo sfondo grottesco su cui innestare l’idea fondamentale: sappia il lettore che i due protagonisti del dialogo sono in lotta permanente contro entità spaventose, di una ignoranza e di una rozzezza senza pari.
Fatta la premessa, lo scienziato Veronesi può sbizzarrirsi a sostenere, anzitutto, che il compito affidato dall’evoluzione all’uomo (animale senz’anima) è solo quello di fare figli: “dopo aver generato i doverosi figli e averli allevati, il suo compito è finito, occupa spazio destinato ad altri”, per cui “bisognerebbe che le persone a cinquanta o sessant’anni sparissero” (p.39).
Si passa poi a Dio, che Veronesi liquida in poche righe, come una invenzione dell’uomo, di cui nella Russia comunista nessuno in fondo sentiva il bisogno. Del resto “anche gli elefanti pregano” (p.47), e la fede degli uomini nasce di fronte ai temporali, ai lampi e ai tuoni, per paura… (evidentemente permane, purtroppo, anche nell’era del parafulmine, ma solo come residuo primordiale). Ciò non toglie, riprende Veronesi, che si debba dialogare anche con i credenti: pensierino ipocrita di cui ogni buon laicista ama fregiarsi, dopo varie manifestazioni di alterigia e disprezzo.
Il culmine del grottesco, in un libro che è veramente piccino in tutti i sensi, viene raggiunto nell’ultimo capitoletto, dove si parla di clonazione, terapeutica e riproduttiva. “E perché non provare a immaginare per i tempi futuri - si chiede l’illustre oncologo - piccoli gruppi che si riproducono e si diffondono per clonazione?” (p. 83).
A questo punto Veronesi immagina il caso di una donna bella e intelligente che voglia un figlio, senza uomini, perché li odia, e ricorra quindi alla clonazione. Come e perché impedirglielo, chiede Giorello, secondo cui tutto ciò che uno desidera può automaticamente farlo (senza rispetto alcuno per l’innocente o il debole che vi è coinvolto): “A chi fa male la scelta della nostra ipotetica donna che odia l’intero genere maschile?”. E Veronesi risponde: “Non credo che di per sé la mancanza dell’eventuale padre possa costituire da sola una ragione contro quel tipo di clonazione” (p.89). E prosegue: “ Ha senso, e se sì dove è il senso, che per avere un figlio ci vogliano sempre comunque un maschio e una femmina?... Dopotutto non pochi esseri viventi primordiali si perpetuano per autofecondazione. Certo per specie evolute la dualità maschio femmina è apparsa sempre inderogabile. Ma possiamo dirlo ancora, dal momento che siamo capaci di manipolare il Dna e di clonare? Perchè tanta paura della clonazione se l’abbiamo davanti agli occhi ogni volta che assistiamo ad un parto gemellare? Come tu dicevi: perché mai dovremmo per principio vietare alle donne di clonare se stesse?” (p.91).
Detto questo Veronesi conclude addirittura dicendo che la clonazione è in realtà il metodo migliore di riproduzione della specie umana, perché “il desiderio sessuale cesserebbe così di essere uno dei maggiori elementi di competizione” e nessuno “sarebbe più ossessionato dalla ricerca del partner”. Nascerebbe così una società “quasi felice”, in cui ognuno vivrebbe “quell’ansia di bisessualità che è profondamente radicata in noi”, e “avremmo davanti a noi il Paradiso terrestre”. Finisce così, con questa splendida promessa l’ennesima filippica dello “scienziato” laico, che vuole per tutti, in nome della libertà e della scienza, figli in provetta, figli clonati, uomini ermafroditi, e una società senza l’amore tra uomini e donne.
Poi dicono che la Chiesa è sessuofobica…
Francesco Agnoli

Benedetto XVI ha affermato a Verona che in Italia la fede e la cultura del popolo sono state sempre profondamente intrecciate; infatti, la fede cattolica ha generato un tipo di cultura e di socialità con riferimenti fondamentali che hanno resistito per secoli: la centralità della persona, la sacralità della famiglia, la sacralità della generazione, la libertà di coscienza, la libertà di cultura e di educazione.
Per questa sostanziale cultura popolare i cristiani hanno “resistito” in profondità alle varie degenerazioni di tipo totalitarie, all’est come all’ovest. I comunisti che sono stati gli avversari storici dei cattolici hanno certamente ingaggiato, con i cattolici, un confronto duro, una lotta, ma indubbiamente, come ha ricordato recentemente il Card. Bagnasco, alcuni valori delle due “chiese”, per dirla come Gramsci, erano singolarmente prossimi anche nella varietà delle motivazioni e delle giustificazioni.
I radicali no, sono un’altra cosa; non sono una cultura di popolo, sono un movimento borghese, aristocratico culturalmente, economicamente ben dotato, che hanno ingaggiato una lotta ad oltranza per la fine del cattolicesimo, quindi per la fine della cultura popolare in Italia, iniziando e portando a termine quella che il buon Pasolini chiamava una “omologazione del popolo italiano in senso laicista”. Le battaglie che portano il loro nome, come la legge sul divorzio, hanno sottoposto anche dal punto di vista laico la sacralità o la definitività di un rapporto agli istinti, agli umori, alle convenienze, agli interessi e hanno distrutto quella realtà della famiglia che costituisce, oltre che l’ambito generativo, l’ambito di educazione dei bimbi, dei ragazzi, dei giovani. La situazione gravissima in cui versa la maggior parte della gioventù del nostro paese è la consistente prova del disastro della legge sul divorzio.
La legge sull’aborto, oltre ad impedire la nascita di quattro milioni di italiani, ha sostanzialmente fatto diventare la vita un problema tecnico, aprendolo alle più diverse manipolazioni, sottolineando in maniera esclusiva il diritto della donna contro qualsiasi altro diritto, ovviamente quelli di Dio, ma anche quelli della famiglia e della società.
Le battaglie per la liceità della manipolazione della vita, per l’eutanasia e quant’altro cercano di portare a termine questa disintegrazione della cultura cattolica del popolo italiano.
La libertà delle droghe ha teso ad identificare nell’immaginario comune moralità e immoralità.
Per questa grande opera i radicali hanno avuto a disposizione l’enorme strumentazione massmediatica che è servita da cassa di risonanza per questa mentalità che si dice evoluta, ma che sostanzialmente è materialista ed edonista. La sinistra comunista si è accodata quasi sempre a queste battaglie che non nascevano dalla sua identità profonda, ma che assumeva per ragioni di convenienza politica. Le battaglie radicali sono state anche le battaglie dei comunisti, perché i comunisti hanno capito che soltanto così sarebbero arrivati al potere e avrebbero potuto gestire il potere.
Aveva ragione il più acuto studioso di problemi del comunismo e del cattolicesimo in Italia, Augusto Del Noce, che nei suoi due volumi straordinariamente attuali - Il suicidio della rivoluzione e Il Cattolico comunista - diceva che i comunisti per arrivare al potere avrebbero venduto i loro valori fondamentali per trasformarsi in un grande partito radicale di massa.
L’ingresso di rappresentanti del Partito Radicale nelle liste del Partito Democratico compie questa sostanziale identificazione della forza egemone della sinistra con questa mentalità della quale, tutto si può dire, meno che sia una mentalità del popolo e al servizio del popolo.
Le conseguenze di questa mia posizione sono così evidenti che non vale nemmeno la pena di esplicitarle.
mons. Luigi Negri
Vescovo di San Marino-Montefeltro
Ascolta la trasmissione radiofonica
che contiene la lettura di questo testo

Un sistema fiscale equo deve invece tenere in conto che chi ha figli da mantenere non può pagare la stessa entità di tasse, a parità di reddito, di chi non ne ha.
Giovedì, 28. Febbraio 2008

Mercoledì, 27. Febbraio 2008

In rete si può vedere il filmato didattico-scientifico (da papaboys.tv) che mostra la verità sull''aborto. Si tratta di una forte proposta di sensibilizzazione delle coscienze a favore del diritto alla vita e contro l'aborto.
Questo video è stato oggetto di molti attacchi. Per chi vuole vederlo (in due parti) ecco i link: prima parte - seconda parte
Lunedì, 11. Febbraio 2008
Una bellissima intervista a Roberto Benigni comparsa tra le righe de "Il Giornale" (10.02.2008). Per chi l'avesse persa ... eccola!!
(di Maurizio Caverzan)
Il nuovo Benigni è intelligenza più innocenza. È letizia più umiltà. Come si fa a rendere sulla carta questa miscela, questo impasto esplosivo? Più facile richiamare alla mente come l’abbiamo visto in queste settimane nel Tuttodante televisivo, quando irrompe saltellante sul palco ligneo di Piazza Santa Maria Novella a Firenze scortato dalle note della sigla che prelude alle sue apparizioni. E più facile soffermarsi sulla passione che trabocca dalla sua lettura della Commedia.
Domani sera lo vedremo ancora su Raiuno con il XXVI dell’Inferno e poi mercoledì, in prima serata con il XXXIII, il canto del Conte Ugolino. Pura follia per la nostra tv. Se un marziano precipitasse in Italia e guardasse i quiz, i reality e i giochini, imbattendosi nel Benigni dantesco intriso di poesia, amore e spiritualità, troverebbe in lui un compagno. Il Benigni che disvela e declama la condanna dei lussuriosi Paolo e Francesca «galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse», dell’eretico Farinata degli Uberti che «el s’ergea col petto e con la fronte/ com’avesse l’inferno a gran dispitto», del Conte Ugolino, traditor della sua Pisa che «la bocca sollevò dal fiero pasto», è un marziano di questa tv, un alieno, un extraterrestre non solo per l’ardire del cimento - la Divina commedia - o per il contesto che ha scelto - la volgarissima televisione - ma anche per il senso dell’avvenimento contenuto in ciò che fa e dice lo stesso Benigni.
Per esempio: questa intervista - niente politica è la condizione posta - avrebbe dovuto svolgersi via e-mail, ma poi lui ha preferito che ci parlassimo «perché spero che la voce, il tono, il suono della parola, trasmettano qualcosa di più di un testo scritto, magari preciso preciso, ma alla fine statico».
È così il nuovo Benigni: quando si muove fa succedere qualcosa e lui stesso desidera che succeda. Perché, prima di tutto, dev’essere successo qualcosa in lui, se è vero che da qualche tempo si mostra più sensibile, più attento ai temi della spiritualità e del cristianesimo. Niente di nuovissimo se ci si pensa. Però, fin dai tempi dell’ultimo del Paradiso - «Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile alta e più che creatura» - recitato al Festival di Sanremo, correva il 2002, qualcosa dev’essere pur accaduto...
«Quella - mi travolge, subito torrenziale - è stata la cosa più vertiginosa, più folle: Dante al Festival di Sanremo. È il luogo che lo trasforma, lo fa esplodere. Dante scoppia in un posto così, che sembra il suo contrario. C’avevo una paura... Ma quando ho paura di una situazione, mi vien voglia di buttarmi, di andarci dentro. Come quando ho fatto La vita è bella, o il film sulla mafia, o sull’organo sessuale femminile. Andare a cercare il rischio, i posti sconosciuti, le zone pericolose è la missione dei comici».
Gli specialisti storcono il naso per l’esegesi linguistica di Benigni. Non è rigorosa, non è ortodossa, dicono. «Ci sono tanti modi di leggere Dante. C’è quello adolescenziale, dell’immedesimazione. C’è quello giovanile, della ricerca dei messaggi, quando ognuno di noi vuol trovare la via per diventare adulto. A me la Commedia è entrata dentro fin da ragazzo. Prima la leggevo come se stessi andando in farmacia, mi curava da tutti i mali. Poi ho imparato ad ascoltarla con innocenza, che per me è il modo giusto, quando la ascoltavo dai contadini, dai vecchi di casa mia. E ho scoperto che Dante ti fa sentire che ci sei solo tu, ti spiega tutti i dettagli, come in una confidenza personale. Quando mi chiedono se è ancora moderno è come se mi chiedessero se è moderno il sole, l’acqua. Io voglio solo trasmettere il fatto che mi piace, che mi dà gioia».
Trasmette anche una densità spirituale inaspettata... «Dante ci fa entrare in quello che solo l’intelligenza è in grado di cercare ma, da sola, non è capace di trovare. La sua forza è essere profondamente laico. Non ha atteggiamenti pappalardeschi, come direbbe lui, da falsi devoti. È religioso senza essere mai pretesco, bigotto. Non si rivolge a Dio, alla Madonna, ai santi. Si rivolge alle Muse, ad Apollo. Il suo universo è la poesia. Si può leggere la Divina commedia senza credere in Dio, ma non senza conoscere il cristianesimo. A parte che tutta la nostra civiltà è cristiana senza saperlo - e il senza saperlo è forse la cosa più bella - lo si vede da ogni cosa che facciamo... La poesia ci aiuta a compiere un’esperienza irripetibile di libertà, è finzione e ritmo, ma ci aiuta a intraprendere un grande viaggio alla ricerca di uno sguardo. Quello sguardo che solo le donne posseggono e che ci introduce nel punto più segreto del mondo».
Nelle lectio Dantis Benigni passa spesso dalla Commedia al Vangelo, si sofferma a spiegare le parabole, mostra di subire il fascino della persona di Gesù Cristo... «Come si fa a non restare affascinati dalla figura di Gesù Cristo? Si legge il Vangelo e ci si chiede “chi è questo qui?”. Io lo leggo per piacere - leggo anche altri libri della Bibbia come quello della Sapienza - ma resto sconquassato dal Vangelo, basta un rigo delle parabole. Ha una forza spettacolare, viene da alzarsi in piedi sulla sedia... C’è dentro una violenza che ti mette le ali. Una forza che ti scarabocchia tutta la vita. Perché ti dice che puoi sempre ricominciare da capo. Ti mette nella condizione di fare ognuno la rivoluzione dentro te stesso. Prima che arrivasse Gesù il rapporto con Dio era fatto di dolore e lui se l’è preso tutto su di sé. Per me è una cosa sconcertante» si entusiasma Benigni. Che poi frena, come pensando ad alta voce: «... anche se non sono sempre della mia opinione... Lo dico per sdrammatizzare, per relativizzare, per prenderla leggera».
Sarà, Benigni, ma lei oggi sembra un altro... A differenza di altri artisti in voga, ha una posizione più costruttiva... «Come diceva Vauvenargues, in realtà sono poche le cose che ci consolano perché sono poche quelle che ci affliggono. Io faccio il comico e anche i comici cambiano. Le cose comiche, le sciocchezze, sono sublimi. La felicità non sta nell’assenza dei contrasti, ma nell’armonia dei contrasti. È questa armonia a essere costruttiva. Se uno vedesse quello che ero vent’anni fa non mi riconoscerebbe. Certi uomini sono come le montagne: più si innalzano e più diventano freddi. Io dico grazie a Dio perché ci sono i comici che ci ricordano sempre che siamo piccoli».
Ha usato la parola delle parole, Benigni. Felicità. Ma quando gli chiedo che cos’è per lui, si ritrae. «Non glielo direi mai. I comici hanno sempre un volto triste. Ma, come diceva Stanislavskij, per trasmettere felicità bisogna essere felicità. Che cos’è per me non glielo dirò mai. Al massimo - rilancia - se un giorno ci incontriamo, posso farglielo vedere».
Già, della felicità non si parla. Semmai, s’incontra.
Mercoledì, 06. Febbraio 2008
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Sembra un mondo lontano, sembra qualcosa che non ci tocca, che non ci riguarda ... I media tacciono quasi totalmente, eppure sta accadendo!
Tratto da www.asianews.it, ecco alcuni brani della lettera di una suora di Madre Teresa.
dal sito www.kattoliko.it un divertente e interessantissimo articolo pubblicato su "Il Timone" tutto da leggere!!!
cliccate l'immagine e buon divertimento!

Strano contrapporre queste due parole che, insieme, hanno costruito la storia dell'uomo. Ma forse la modernità ha tradito la sapienza con l'ideologia e la libertà con il pregiudizio. Questo, almeno, è ciò che sta accadendo all'Università "La Sapienza" di Roma che ha chiuso le porte a papa Benedetto XVI rifiutando il dialogo e un incontro tra uomini maturi e liberi, appunto.
Per chi non avesse paura di contaminarsi ... ecco il testo integrale del discorso che il Papa avrebbe pronunciato in Università

"Avvenire", 20 dicembre 2007
Una moratoria anche per l’aborto. Dalle colonne del 'Foglio' Giuliano Ferrara lancia un sasso nello stagno dei rallegramenti, pure doverosi e sacrosanti, per il voto dell’Onu. E ricorda che oltre alle sedie elettriche e alle forche che ci indignano ...
Una moratoria anche per l’aborto. Dalle colonne del 'Foglio' Giuliano Ferrara lancia un sasso nello stagno dei rallegramenti, pure doverosi e sacrosanti, per il voto dell’Onu. E ricorda che oltre alle sedie elettriche e alle forche che ci indignano, ogni anno al mondo si fanno milioni di aborti. Si abortiscono i figli non voluti ma anche quelli che non si hanno i soldi per mantenere, le femmine ritenute di troppo dalle politiche demografiche delle tigri asiatiche, e quelli imperfetti, o come tali identificati, con interventi singolarmente chiamati 'aborti terapeutici' – dove la terapia del malato è la morte. 45 milioni di aborti all’anno nel mondo, 130 mila in Italia, e, ci dicono, è un soddisfacente risultato. Se un bambino muore l’Italia si commuove, ma quei centomila non esistono, e non interessano. Invisibili. Ci fa piacere che sia un laico a lanciare il sasso, perchè, l’avesse fatto un cattolico, non gli avrebbe badato nessuno: i soliti cattolici, fissati con «gli embrioni e quella roba lì», come ha detto Eugenio Scalfari l’altra sera a 'La7', intervistato proprio da Ferrara.
Ma, dunque, una moratoria sull’aborto. In che senso, in che modo in Italia si può parlare di questa 'moratoria', che naturalmente i cattolici sottoscrivono, senza fare dell’utopia? È di questi giorni, a Milano, la notizia delle dimissioni della storica presidente del centro di aiuto alla vita della Clinica Mangiagalli. Paola Bonzi, la donna che nel 1984 fondò nella maggiore Maternità milanese un luogo per aiutare le donne disposte a discutere la decisione di abortire, getta la spugna per protesta: non ha più fondi per andare avanti. Cosa è successo? Due anni fa l’allora primario Giorgio Pardi – ai tempi, autore del primo aborto legale a Milano – si rese conto di come il target delle donne che abortiscono fosse cambiato, da quel lontano 1978. Negli anni Settanta, femministe e borghesi; oggi, all’80% extracomunitarie che rinunciano al figlio per non perdere un lavoro in nero. Pardi si spese – prima di morire all’improvviso, pochi mesi fa – perché tutte le donne che andavano a abortire in via Commenda venissero a conoscenza del Cav. Così in due anni l’utenza è aumentata dell’83%. Solo nel 2006, 833 bambini sono nati grazie all’aiuto del centro. Alle loro madri sono stati distribuiti 604 mila euro per sostenerle nei mesi della gravidanza.
Bene, ma: troppe madri e troppi bambini, ora i soldi sono finiti. In Comune, An vorrebbe stanziare 200mila euro per il Cav, ma i radicali sono andati su tutte le furie. Soldi a un Centro di aiuto alla vita? Mai.
E tutto questo per dire che la moratoria sull’aborto deve cominciare dalla applicazione piena della 194. Il Cav della Mangiagalli è un «consultorio familiare accreditato», di quelli cui l’articolo 5 della legge assegna il compito di «rimuovere le cause» che portano la donna all’interruzione della gravidanza, «di promuovere ogni intervento atto a sostenerla» ,«sia durante la gravidanza che dopo il parto». Questa è, semplicemente, la legge. I fondi per queste attività non sono elemosine da domandare, devono essere garantiti, se la legge li prevede. Una moratoria per l’aborto, bellissimo. Forse meno politically correct che contro la pena di morte, non piacerà ai radical chic, nei quartieri alti, alle femministe invecchiate che non si riconoscono in quelle poveracce romene che se appena hanno i soldi per mangiare, il bambino se lo tengono.
Ma che questa 'moratoria' sia una cosa concreta. Che i consultori propongano davvero un’alternativa. Che ci si domandi che segno è, quest’impennata di domande di aiuto nella prima Maternità del Nord – e se davvero non fare un figlio è ancora e sempre una scelta. E quanti figli si salvano, se tra tante porte chiuse se ne trova almeno una aperta.
Marina Corradi
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